Officine


Lungo il fianco sud della basilica maior di San Vincenzo al Volturno si disponevano una serie di edifici realizzati alla fine del VIII secolo in concomitanza con il grandioso progetto di rinnovamento del monastero. Questi edifici dovettero ospitare le attività artigianali dell'abbazia e costituirono un vero e proprio “quartiere produttivo” interno al cenobio che cominciò la sua attività per soddisfare le richieste del cantiere edilizio, per poi essere abbandonato definitavamente dopo il sacco arabo dell'881. Il chronicon vulturnense, descrivendo il tragico scontro che segnò la fine dello splendore del monastero carolingio, parla di un attacco sferrato, dai saraceni di Sawdan, su due fronti, in direzione dei due ponti che consentivano l'accesso al monastero. Proprio ad est delle officine doveva trovarsi il ponte marmoreo citato dalla cronaca che, insieme con il ponte della zingara, permetteva di oltrepassare il Volturno ed entrare nell'abbazia. In questo caso, la ricerca archeologica ha confermato la narrazione degli eventi riportata dalle fonti in quanto, proprio le officine presentano i segni più evidenti dell'attacco e del successivo incendio e all'interno di uno degli ambienti sono stati rinvenuti gli stipiti carbonizzati della porta d'ingresso e frammenti combusti di travature in cui erano conficcate delle punte di frecce di fattura saracena. Le attività produttive dovevano occupare soltanto gli ambienti orientali che dovettero cambiare spesso destinazione d'uso durante il IX secolo, in base alle necessità della comunità (in un arco cronologico ristretto, vennero impiantate, ad esempio, un'officina degli smaltatori, un'officina del vetro e una fucina dei fabbri) mentre gli ambienti posti ad ovest vennero utilizzati come depositi (l'ambiente più grande ospitò, per alcuni anni, un granaio) e, forse, come abitazioni. Fabbri, vetrai, smaltatori, orafi e altri artigiani concentrarono qui le loro attività consentendo all'abbazia di produrre autonomamente tutto quello di cui si aveva bisogno sostenendo l'ideale di autarchia richiesto dalla regola di San Benedetto. Le officine monastiche, oltre ad aver soddisfatto le richieste, che dovetterò essere ingenti delle fabbriche del IX secolo, raggiunsero anche degli altissimi livelli qualitativi soprattutto nella lavorazione degli smalti, dell'osso e del vetro.